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Archive for the ‘Tappeti orientali’ Category

Un tappeto è l’espressione del pensiero e dell’anima di un popolo, di una tribù, di un pezzo di vita di chi lo ha annodato. Questo scorcio di cultura, che non viene intaccato dal passare del tempo e che conserva inalterato il suo valore, è intessuto tanto negli esemplari di tappeti finalizzati all’uso quotidiano delle popolazioni nomadiche, quanto in passato per i più preziosi tappeti orientali di corte. Al museo Poldi Pozzoli di Milano ad esempio è conservato uno splendido tappeto persiano del 500, un tappeto opulento, decorato con scene di animali in lotta, noto come “Tappeto delle Tigri” o “Il Dario del mondo”.

Annodato nell’Iran centrale e dedicato allo scià Shāh Ṭahmāsp, questo manufatto è uno dei rari esemplari di tappeti creati per la corte reale di un sovrano della grande dinastia persiana Safavide fra il 1525 e il 1576, ma soprattutto è uno dei due esemplari di questo periodo ad essere giunto ai giorni nostri completo in tutte le sue parti, nonostante i diversi interventi di restauro subiti nel passato.
Nella cultura persiana il tappeto è spesso una trasposizione del giardino dell’Eden: questo particolare esempio, decorato con decine di animali vivaci e belve feroci, diventa un vero parco del Paradiso. Il tappeto reca in una cornice della bordura una raffinata poesia i cui versi ci dicono che esso fu creato per “i piedi del Dario dell’Universo”, alludendo probabilmente allo stesso sovrano Shāh Ṭahmāsp.

Sulla bordura di questo meraviglioso tappeto persiano è riportata in caratteri cufici una composizione poetica, nella quale all’oggetto è attribuito un volto, simbolo di una precisa individualità. Eccoli nella sua interezza:

Felice il tappeto che divene l’ombra dei passi del re di un convitto.
Egli si sacrifica sulla via come il sole; si offre ai suoi passi con la sua candida lanugine.
Questo non è un tappeto, è una rosa bianca; è un prato simile agli occhi delle vere Urì.
E’ un giardino colmo di fiori rossi, di gigli e di rose, ed i gorgheggianti usignoli ne hanno fatto il loro nido.
Dai disegni della sua trama sgorgano scintillanti cascate d’acqua, che conducono alla fonte della giovinezza.
Le figure delle fiere gli danno vita.
Meglio che le gote delle Dee, egli somiglia alla rosa, un cespo di rose arrossisce al suo apparire, per la confusione e la vergogna.
Un roseto è un giardino di spine in confronto alle sue rose.
Il suo volto è seducente come quello della bianca luna.
La foglia che somiglia alla palpebra del suo occhio ammicca piacevolmente.
In nessun punto si può vedere un errore contro la grazia.
Da ogni lato sono in ben vista i gigli scarlatti:
giardino di gigli rossi, come le labbra di fuoco del paradiso,
esso non teme nè la porta, nè la strada, nè la pioggia, nè il vento dell’autunno, quando la rosa gialla si mostra.
Nessuno come quì, ha mai visto la luna vicino al sole.
La sua trama è stata filata con il filo dell’anima: l’hanno filata per Dario , signore del mondo.
O aquila reale, leva le mani e prega, perchè quì finisce l’arte!
O Eterno: questa rosa pura è nata nell’orto della speranza in Te.
Fa che sia un tappeto sotto i piedi di Dario signore dell’universo, che sia come un tenero fiore nel suo giardino regale.
Amen.
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Come noto un tempo i tappeti venivano annodati principalmente dalle popolazioni nomadi, tribù dedite alla pastorizia e alla produzione di manufatti artigianali. Grazie a questi popoli, che si spostavano con i greggi di capre e pecore e si dedicavano alla produzione di tappeti per tutto l’Oriente, abbiamo conosciuto, apprezzato e valorizzato l’arte dell’annodatura, diventata celebre e rinomata in tutto il mondo. Durante le loro soste, i nomadi si dedicavano alla tintura, un’operazione molto delicata che veniva relegata al lavoro degli uomini, mentre le donne si occupavano della tessitura fin dalla più tenera età.

Non_coloured_yarn_for_carpets-29847Il popolo orientale possiede un innato senso e passione per il colore (Oriente significa infatti “luce e colore”). Dopo aver usato per decenni le lane nei loro colori naturali, ovvero il bianco e il bruno in tutte le tonalità che la natura conferisce al vello di pecore, capre e cammelli, gli Orientali pensarono che il colore avrebbe dato ai tappeti lo stesso splendore delle ceramiche e delle stoffe. Con il passare degli anni la maggior parte delle formule primitive è andata perduta, ma conosciamo le antiche regole fondamentali di cui le tribù si servivano per le tinture:

– l’azzurro in tutte le gradazioni venivano ricavato dall’indaco;

– il rosso dalla coccinella, dalle ciliegie e dalla robbia tinctoria, una pianta assai comune in tutto l’Oriente dalle cui radici si estrae un colore rosso mattone dalle molte gradazioni;

– il giallo da vari arbusti, bacche, funghi e dalla curcuma e dallo zafferano;

– il rosso arancio scuro dall’hennè;

– il marrone dalla callonea, un tipo di quercia con una ghianda ricca di tannino, e dal mallo di noce.

Altri colori si ottenevano mescolando questi fondamentali.

Quando le invasioni mongoliche crearono scambi con la Cina, si giunse a conoscere un segreto, ormai perduto da anni, per colorare la seta: mescolare certe sostanze vegetali al nutrimento del baco, che di conseguenza produceva il filo colorato secondo la sostanza ingeritaa. Pur essendo pochi i colori ottenuti con quel metodo, erano sufficienti per creare dei veri capolaori di tecnica.

Yarn_for_carpets_is_coloured_in_large_colour_baths-29838L’elemento primo che influenza la gamma dei colori è l’acqua, variabile in conseguenza della durezza, della temperatura e delle condizioni atmosferiche. Il numero dei bagni che la lana subisce e l’esposizione al sole più o meno prolungata hanno un’influenza decisiva sulla tonalità dei colori, al punto che molte volte gli accostamenti più impensati e gradevoli sono solo il frutto del caso e della natura.

I segreti della tintura venivano custoditi e tramandati in famiglia. Questi procedimenti non davano sempre lo stesso risultato, soprattutto quando, esaurita la lana di un dato colore, per compiere il tappeto se ne doveva tingere di nuova. Ecco apparire nei tappeti delle strisce di diverso colore, i cosidetti “abrasc“, che non costituiscono difetti ma aggiungono il fascino dell’imprevisto e interrompono la monotonia monocroma della superficie lanosa.

0000394_Aniline alcool_300Dopo il 1870 le tinture sintetiche arrivarono anche alle popolazioni nomadi. Mentre la tintura vegetale conservava alla lana il suo lucido naturale, i primi colori a base di anilina glielo facevano perdere, danno che indusse il governo persiano nel 1903 a vietare l’entrata nel paese del colorante chimico. Tuttavia, data la facilità del contrabbando e del trasporto, il basso prezzo e la praticità dell’uso del colorante chimico, il divieto non ebbe risultato.

Ad oggi tuttavia non vi è più motivo di giudicare con sospetto le tinture all’anilina, molto progredite ormai tecnicamente e non non dannose per la salute. Resta comunque certo che i tappeti eseguiti precedentemente al 1870 danno garanzia assoluta di colori genuini e, in conseguenza, della loro originalità stilistica e artistica.

Tratto e parzialmente modificato da Tappeti d’Oriente – Come conoscerli, come sceglierli, ed. Sonzogno.

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I tappeti orientali di vero pregio si distinguono per i materiali impiegati. Che siano di nuova o di vecchia manifattura, il materiale deve essere naturale (in questo articolo vi abbiamo raccontato il perchè: https://tappetimarotta.wordpress.com/2010/10/02/si-ai-colori-ma-che-siano-naturali)

o.41803Tradizionalmente infatti la materia base impiegata per la tessitura dei tappeti è sempre stata la lana lucida, sottile e soffice della pecora orientale. Sterminate regioni, prive di qualsiasi industria, aspre e per la maggior parte aride, venivano sfruttate solo a pastorizia: greggi immensi, quasi sempre sorvegliati da pastori nomadi, fornivano la lana a tutte le comunità e tribu tessitrici. Nella Persia e nel Turkestan, ad esempio, viveva e vive tutt’ora un curioso tipo di pecora, dalla coda adiposa. Quando i pascoli sono abbondanti l’animale concentra tutto il grasso nella groppa e nella coda, che prende la forma di una specie di fiocco pesante fino a 20 kg. Questa risorsa rappresenta per l’animale una preziosa riserva energetica che viene riassorbita dalla pecora stessa se il pascolo è arido, diversamente – visto che questa pecora ha un vello fluente e finissimo – viene tosata per produrre filati di straordinaria qualità.

Anche la lana di capra, lucida e resistente, viene usata in alcuni tappeti della Persia e dell’Asia centrale. Per alcuni esemplari, la cui esecuzione richiede particolare finezza, si usava e si usa ancora la lana di agnello, che rende assai morbida la superficie.

La lana di cammello è spesso adoperata dei nomadi del Turkestan, sola o mescolata con quella di pecora o di capra, anche per l’ordito e per la trama. La seta era  adoperata solo per i tappeti della corte di Persia, naturalmente in via eccezzionale e per soddisfare le esigenze di altissimi personaggi, tanto che per i tappeti tessuti in seta vengono chiamati “tappeti degli scià”. Con la trama e l’ordito anche in seta si raggiunse il massimo della finezza, che divenne ostentazione quando nella trama furono inseriti fili d’oro ed argento. Presso le popolazioni nomadi, che seguono tuttora il vecchio metodo, la tosatura della lana si fa generalmente in primavera avanzata, dopo aver sottoposto la bestia a un lavaggio presso fiumi, laghi o pozzi.

Dopo la tosatura la lana viene lavata una seconda volta al fiume o in grandi recipienti e quindi coscienziosamente schiacciata e messa ad asciugare all’aria. La filatura è effettuata con sistemi tradizionali e, a questo punto, la lana sarà pronta per passare alla tintura.

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01164Il termine “tappeto orientale” è la definizione generica con cui si indicano tutti i tappeti annodati a mano, termine dovuto alla loro origine asiatica (come abbiamo messo in luce in questo articolo sulla loro origine storica). Tuttavia l’enorme estensione della zona produttrice, la varietà di tecniche, stili e materiali impiegati impongono classifiche particolari che spesso sfuggono a chi non è un intenditore e a chi si approccia per la prima volta al prezioso e misterioso mondo della tessitura orientale.

A colpire gli occhi e il sentimento di chi ama i tappeti orientali è proprio il forte richiamo storico e culturale che sanno evocare. Spesso per gli Occidentali il tappeto viene generalmente considerato una copertura e un ornamento dei pavimenti e vengono prediletti i tessuti naturali per il confort, la resa dei colori e la durata, ma per gli Orientali esso rappresenta l’unico vero arredamento della casa, sia per la persona ricca che per quella indigente.

Nelle grandi sale da ricevimento (o talar) i tappeti, oltre che ornare il suolo, fungono da divani, cuscini, arazzi, portiere. Stesi sulla soglia danno il benvenuto a chi entra nella casa mentre nella camera da letto sovente rappresenta il giaciglio su cui ci si stende di notte per poi arrotolarlo di giorno.

Fondamentale inoltre è la funzione religiosa del tappeto: si pensi solamente al preciso uso del tappeto da preghiera, che da qualcuno è stato definito “un credo a colori“. Tappeti rari e preziosi si trovano in tutti i templi e presso tutte le religioni. Nell’antico Egitto essi costituivano la decorazione murale delle tombe e venivano stesi a terra per farvi giacere il toro sacro.

Prima di Maometto ornavano la Kaaba (l’edificio sacro al centro della grande Moschea della Mecca, considerato la dimora di Dio sulla terra) e durante l’era maomettana (570-632 d.c.) le moschee e i minareti ne erano letteralmente ricoperti.

Tappeti preziosi non sono mai mancati neppure nei templi buddhisti e nelle cattedrali cristiane. Basti pensare che su un antico tappeto persiamo, conservato al Museo Poldi Pezzoli di Milano, è stato scritto: “Hanno filato la sua trama con filo dell’anima”…

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Cari amici, oggi abbiamo il piacere di pubblicare una lettera/articolo che ci ha mandato una nostra cara cliente a proposito della nostra azienda, con espresso desiderio di pubblicarlo sul nostro blog. Oltre ad essere un onore per noi, è anche una vera gioia lasciare che sia chi ci conosce da tempo a descrivere la nostra realtà, quindi grazie mille a Carla Caudullo e buona lettura!

“Sono passati dieci anni e ancora ho il ricordo della prima volta che sono stata dalla ditta Marotta. Stavo cercando dei tappeti orientali a Torino e li desideravo belli, persiani originali, di valore, ma senza rischiare di spendere cifre esorbitanti. Mi sono trovata davanti ad una quantità di offerte incredibili che solo grazie ad un attento esame ho saputo valutare. Cercare un tappeto orientale in una grande città come Torino non è infatti una cosa semplice, ed ecco i principali ostacoli in cui mi sono imbattuta:

tappeti “finti”, come chiamo i tappeti eseguiti a macchina;

esemplari insipidi, senza carattere, uno identico all’altro;

tappeti dai colori troppo accesi per essere naturali e ben fissati (e ancora mi viene in mente la faccia di una mia amica dopo aver fatto lavare il suo tappeto Nain, diventato una macchia di colore informe per via della sbiaditura);

tappeti belli ma costosissimi, e non avendo voglia di aprire un mutuo per un tappeto del salotto, ho dovuto scartare le ipotesi proposte.

Mancavano poche settimane al trasferimento nel mio nuovo appartamento a Torino e ancora nulla. Parlando di questa difficoltà con una mia collega, trovai il suggerimento tanto atteso: “Ma perchè non vai da Marotta? Si trova a dieci minuti da Torino ed è facile da raggiungere. Non ti dico niente del loro magazzino: lo scoprirai da te!”

Sede Marotta srlHo cercato su internet il loro indirizzo preciso (all’epoca la ditta Marotta aveva solo un piccolo sito istituzionale di presentazione, oggi diventato uno store online all’avanguardia) e due giorni dopo ho organizzato la visita. Svoltata a destra all’indicazione di Strada Carpice mi sono ritrovata in un piccolo viale immerso nel verde, praticamente un’oasi! Ho scoperto dopo pochi minuti che i proprietari avevano anche un vivaio di piante e fiori e che all’epoca si dilettavano in quell’arte per impreziosire giardini ed aree verdi.

Una volta parcheggiato all’interno del cortile mi sono guardata attorno e ricordo di avere avuto l’impressione di trovarmi in un bazar orientale: fuori, appoggiati sulle pareti perimetrali, c’erano portali, colonne, basamenti in legno di provenienza chiaramente indiana, camini antichi europei ed enormi scaffali con porcellane di grandi dimensioni, il tutto intervallato da bandierine tibetane preghiera a decoro alla merce esposta.

Magazzino MarottaSull’uscio mi venne incontro il signor Bergoglio senior, all’epoca ultra-ottantenne e decisamente in forma, che con fare molto distinto ed elegante si presentò trattandomi con la gentilezza di chi accoglie un’ospite d’onore. Dopo il benvenuto gli spiegai il motivo della mia visita e che la ricerca di un tappeto orientale a Torino per me si era rivelata, fino a quel momento, infruttuosa. Sempre con il suo garbo di altri tempi, mi condusse in quello che chiamò il caveaux dei tappeti e sono rimasta senza fiato: pedane e pedane di splendidi tappeti tutti rigorosamente annodati a mano, persiani di ogni dimensione, passatoie, scendiletto, tappeti antichi, tappeti dai disegni moderni, tappeti originali anatolici, le pareti completamente tappezzate di esemplari particolari appesi come arazzi (e da qui l’idea di usare i tappeti anche come quadri, cosa che avrei messo in pratica da subito!). Insomma: un vero paradiso per chi ama i tappeti orientali!

Dato il mio stupore, il signor Bergoglio mi spiegò come fin dal principio della loro attività la sua mission e quella della sua famiglia fosse sempre stata quella di acquistare direttamente i tappeti nei luoghi di origine dove lui personalmente in passato, e al momento odierno il figlio, si recava nei posti più interessanti per trovare tappeti pregiati di ottima manifattura e scegliendoli uno ad uno dopo ore di trattative sotto il sole del deserto o nelle capanne delle popolazioni nomadi più famose per l’arte manifatturiera.

A breve ci raggiunse il figlio, Cesare Bergoglio jr e attualmente titolare della ditta, che tra un cliente e l’altro trovò il tempo di presentarsi e contribuire a darmi informazioni che mi potessero essere utili per la scelta. Ad aiutarlo i gentilissimi Sabbir e Abbas, due dei collaboratori della Marotta srl di provenienza orientale “doc” (indiano uno e pakistano l’altro), esperti restauratori di ogni genere di tappeto.

Magazzino MarottaLa scelta del mio tappeto ha richiesto diverso tempo, ma questa volta solo per via della vastissima scelta proposta, tutta di altissima qualità. Cesare Bergoglio jr, che in seguito è diventato il mio punto di riferimento per i miei acquisti, mi ha accompagnata al piano superiore del magazzino. Più lo visitavo e più il posto mi sembrava enorme! Dopo la rampa di scale mi trovai nuovamente di fronte ad uno spettacolo che non mi sarei mai aspettata: una distesa intera di mobili etnici di ogni provenienza, forma o utilizzo. Si spaziava dai mobiletti tibetani a colonna ai tavoli da salotto, dagli armadi kabinet mongoli alle consolle dalle forme essenziali tipiche della Cina antica, un vero tripudio per gli occhi e per l’anima.

Dopo quella mia prima visita, inaugurata con un magnifico tappeto persiano Sarouk, ce ne sono state molte altre. Da Marotta mi sono sempre rivolta sia per altri tappeti orientali (non ho potuto fare a meno di un Samarcanda usato come arazzo, ad una passatoia uzbeca per il mio corridoio e a due splendidi scendiletto cinesi in tinta con i miei tendaggi) che per i mobili, rinnovati nel tempo in armonia con il rinnovo di stile della mia casa di Torino. Non ultimo, il servizio di lavaggio dei tappeti: ogni due anni circa prenoto il ritiro e la riconsegna per i miei tappeti, sicura di un lavaggio qualificato e senza sorprese…

Insomma, a tutti coloro che cercano dei tappeti orientali a Torino non posso che offrire il mio personale suggerimento, proprio come quello dato precedente a me: passate da Marotta! Oltre ad una scelta inimmaginabile, troverete una cortesia davvero rara, offerte tutto l’anno e la massima trasparenza. Grazie Cesare Bergoglio e grazie a tutti i dipendenti della ditta Marotta!”

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Il tappeto orientale è da sempre simbolo intramontabile di precisione, perizia e arte. Il vello di un tappeto infatti – ovvero ciò che noi guardiamo ed apprezziamo della sua superficie – è composto da infiniti nodi studiati e ritorti a mano. I nodi propriamente detti sono piccoli pezzi di filato – cotone, lana, seta etc. – annodati a distanza regolare tra loro sui fili verticali o ordito.

L’esemplare più antico di cui abbiamo testimonianza di quest’arte finissima è il Pazyryk, IV-V secolo a.C., che ha una densità di ben 3600 nodi per ogni decimentro quadrato (vedi immagine di lato).

Perchè scegliere dunque un tappeto annodato a mano e non uno realizzato a macchina? I fattori sono diversi. Innanzi tutto quelli annodati a mano non solo conservano il loro valore nel tempo, ma addiritura ne acquisiscono maggiormente con gli anni. Inoltre i nodi stretti manualmente sono compattati e forti, mentre quelli a macchina, non potendo essere così resistenti, sovente sono tenuti insieme da colle o silicone. Il materiale utilizzato nei primi è, la maggior parte delle volte, naturale, mentre nel secondo caso possiamo ritrovare facilmente filamenti acrilici.

Qualche curiosità: i nodi più conosciuti sono il nodo turco simmetrico, o Ghiordes, e il nodo persiano asimmetrico o Senneh, usato nelle tessiture di Hereke, Kayseri, Bandidarma e simili. Per avere un’idea dello straordinario lavoro dell’annodatura, possiamo pensare al fatto che alcuni tappeti Hereke in seta di recente realizzazione arrivano ad avere fino a 67.600 nodi per decimentro quadrato.

Come intuitivo, i tappeti vengono annodati a mano servendosi di appositi telai. I telai verticali sno costruiti con pali dritti di legno sui quali poggia un’asse trasversale superiore – chiamata subbio d’ordito – e una inferiore – o subbio del tessuto –  sulle quali si tendono i fili colorati dell’ordito.

Di seguito troverete un breve filmato per avere un’idea di come tutto questo venga realizzato:

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La città di Hereke (o Herekè) si trova a circa 60 Km ad est di Istanbul ed è nota per la produzione di straordinari tappeti in seta. Nell’800 infatti proprio ad Herekè fu fondata una manifattura di corte per tessuti fini che nel tempo fu ampliata grazie al reclutamento di tessitori di Ghiordes, Manisa e Sivas.

Se in un primo tempo la produzione era indirizzata solamente al sultano, successivamente essa si ampliò grazie all’apertura alla commercializzazione di una parte degli esemplari qui prodotti.

La tradizione vuole che ad Herekè si tessano tappeti extrafini, soprattutto realizzati con la seta importata dall’Anatolia occidentale. Gli esemplari antichi sono molto ricercati e spesso sono firmati con un contrassegno intessuto nel tappeto che varia a seconda dell’anno di produzione.

Lo stile degli Herekè è caratterizzato dai disegni tradizionali dei tappeti ottomani antichi e dall’arte figurativa persiana, riuscendo ad ottenere un insieme di elegante effetto scenografico reso acora più imponente dalle ampie bordure fittamente decorate.

I colori, anticamente come ai giorni nostri, presentano una tonalità molto armoniosa di stampo persiano, con una fitta profusione di giallo e oro brillante.

Occorre prestare molta attenzione alle imitazioni turche o cinesi: sovente questi esemplari sono realizzati con una buona annodatura ma con scadenti materiali sintetici. Naturalmente non è questo il caso delle nostre importazioni, scelte accuratamente grazie all’esperienza di tre generazioni!

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