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Posts Tagged ‘origine’

A - Pegam

Sia nelle case che nei monasteri tibetani si trovano dei piccoli tavoli bassi piuttosto particolari. La parola generica in Tibet utilizzata per denominare i tavoli è choktze – probabilmente di derivazione cinese – ma i modelli particolari possiedono tutti un loro nome.

Il tavolo deputato alla lettura dei sutra cerimoniali, ad esempio,  è denominato pegam (A), e si ritrova soprattutto nei templi.

I tavoli generalmente vengono impiegati per usi molteplici, inclusi come piano d’appoggio per il tè e per il cibo, sia per la gente comune che per i monaci. Occorre ricordare infatti che le cerimonie religiose contemplano offerte da mangiare e da bere, le quali appunto sono sorrette da questi pezzi d’arredamento.

B- Tepchock

Il tavolino classico, il tepchok (B), è costruito con un top solido e tre pannelli laterali che consentono di ritirare il tavolo una volta utilizzato o di ribaltarlo per il trasporto o l’archiviazione.

Generalmente questi tavolini misurano tra i 20 e i 50 centimetri. Il top è monocromatico, mentre i lati possono essere decorati o cesellati.

C - Cabriole style

Un altro tavolo caratteristico è quello che ha gambe curve solitamente unite a pannelli che conferiscono al pezzo una maggiore rigidità (C). Questo tipo di tavolo ha un’origine molto antica, probabilmente derivato dagli altari cinesi che – come è evidente – utilizza moltissimo lo stile di gamba curva sia per i tavoli che per altri generi di arredamento.

I tibetani contemporanei spesso possiedono tavoli da tè – gyachok (D) – che hanno più o meno la stessa altezza dei precedenti ma con un top molto più grande e quadrato. Non di rado questi pezzi sono dotati anche di un cassettino laterale.

D - Gyachok

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Ad oggi, tutti conosciamo la bellezza e la classe di un tappeto orientale, utilizzato principalmente per abbellire la nostra casa e donarle un tocco di calore, luce e confortevolezza. Presso molti paesi orientali, tuttavia, il tappeto oltre ad avere queste valenze è inoltre arricchito di complessi messaggi e valori simbolici, che nella loro interezza raccontano la storia dei popoli che li hanno creati.

Presso le popolazioni nomadiche, da cui ha avuto origine l’arte dell’annodatura, il tappeto è da sempre un oggetto d’uso indispensabile: i tessuti così prodotti venivano utilizzati sia per la vera e propria costruzione delle tende, sia per la creazione di tutti gli oggetti necessari alla vita quotidiana, come sacche, stuoie e selle.

Sul vello, i nomadi rappresentavano i simboli dei clan di appartenenza e i momenti sgnificativi della loro storia, oltre che motivi creativi volti a celebrare e ad esaltare la natura.

La successiva diffusione dell’islamismo conferì al tappeto orientale un valore simbolico religioso, sia nei decori che nelle funzioni pratiche. Tutti sappiamo infatti che i tappeti “preghiera”, vengono così chiamati in quanto utilizzati per le preghiere rituali coraniche rivolte verso la Mecca. L’influenza della mistica islamica, che reca il divieto di riprodurre immagini sacre, ha causato lo sviluppo della realizzazione astratta dei decori e il simbolismo spesso criptico e complesso.

Per questi motivi, i tappeti sono strettamente legati alla vita e alla spiritualità dei popoli che li producono. Presso alcune popolazioni iraniane, ad esempio, il rito di fidanzamento di una coppia è sancito da una dote costituita da diversi tappeti, come simbolo della base sulla quale costruire una famiglia.

Presso alcuni gruppi turcomanni invece, l’esecuzione di un tappeto viene interrotta se muore un congiunto, e lasciato per sempre incompiuto come segno del triste evento.

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Nonostante la grande diffusione di colori sintetici per colorare le lane, ancora oggi i più prestigiosi produttori di tappeti orientali si avvalgono dell’uso di tinte derivate dal mondo minerale e vegetale. Ma come si possono ottenere dei colori così intensi e brillanti? Innanzi tutto il rosso, uno dei colori più diffusi ed utilizzati, è sovente ricavato dalla radice della Robbia, mentre il rosa si ricava dal legno del Brazilwood. Dai petali del Cathamus tinctorius invece, si ottiene un particolare rosso dalle sfumature cangianti in oro, molto apprezzato e ricercato per la tintura della seta.

Il blu viene estratto dalla radice di Indigofera tinctoria, mentre il giallo dalla curcuma o dalle galle di quercia. Le bucce del melograno producono invece un giallo tenue che, unito al rosso, diventa un luminoso arancione, colore che spesso possiamo ritrovare nei persiani di grande pregio.

Un giallo molto aranciato, usato poco per via del suo prezzo altissimo, è quello ottenuto dal polline dello zafferano. Il beige è il colore naturale delle lane di ottima qualità, altrimenti può essere prodotto grazie alla macerazione delle foglie di castagno, dai malli di noce e dalle cortecce delle querce.

Il verde non è molto usato perchè è una tinta considerata sacra, mentre il marrone viene estratto dalle noci e dai malli delle castagne.

Perchè sono preferibili i colori naturali? Certamente perchè non tendono a sbiadire con il tempo e alla luce, poi perchè non perdono la luminosità con il lavaggio e, inoltre, perchè non induriscono i tessuti.

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